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Lettera Pastorale 11-1998

 

LETTERA PASTORALE “FAR POSTO ALLA VITA”
12 novembre 1998

Sì, davvero, è impossibile pensare al Padre senza riconoscere in Lui la sorgente della Vita.
“Il Padre – afferma Gesù nel Vangelo di Giovanni – ha la vita in se stesso” (Gv 5,26). Come è possibile intendere la parola stessa – Padre – senza far immediato riferimento al dono della vita?
Infatti è possibile chiamare Dio con il dolcissimo nome di Padre (e a questo ci ha incoraggiati Gesù stesso) solo se riconosciamo che la vita che egli “ha in se stesso”, è donata a quanti “credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1, 12-13).
Dio è la fonte della vita: per questo lo chiamiamo Padre, perché a questa sorgente noi ci abbeveriamo per avere la vita.
Tutto il Vangelo di Giovanni ci accompagna per questo sentiero, tanto che – pur non incontrando mai letteralmente questa espressione – noi possiamo parlare di un “Vangelo della Vita”.
È quanto il Papa ha fatto il 25 marzo 1995 quando ha firmato la sua splendida enciclica “Evangelium Vitae”, affermando, fin dalla prima pagina, che, se anche questa parola non si trova come tale nella Sacra Scrittura, “essa tuttavia ben corrisponde ad un aspetto essenziale del messaggio biblico” (EV 1, nota 1).
Se Dio è Padre, è perché egli è davvero la fonte della vita.

Natale, festa della vita
Nella prima parte dell’anno liturgico siamo sollecitati a ricomprendere – ogni anno con sempre maggiore intensità e nuove motivazioni – il “Vangelo della vita”.
Natale, infatti, è la festa della vita.
San Leone Magno, in un suo discorso per il Natale, lo dice apertamente: “Rallegriamoci, oggi: non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita” (II Lettura dell’Ufficio Liturgico di Natale).
E a ben vedere, tutto il tempo d’Avvento, così come i quaranta giorni tra il Natale e la Festa della Presentazione al tempio (2 febbraio), è spazio liturgico tutto intessuto di un inno alla vita.
L’attenta lettura del Vangelo di Luca, che nel suo prologo così avvincente ci rammenta i “misteri della vita e della gioia”, ci accompagna passo passo dentro i misteri della vita: quella che fiorisce nel grembo ormai avvizzito dell’antica parente Elisabetta e quella che sboccia nel grembo verginale di Maria, ragazza di Nazareth visitata dallo Spirito Santo.
E quando le due madri si incontrano, il “Vangelo della Vita” si trasforma nel “Vangelo del gaudio”.
“Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo” (Lc 1, 41), tanto che Elisabetta non potè trattenersi dall’esclamare: “Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo!” (Lc 1, 43).
La gioia della vita: ecco il Natale. E di gioia esulterà anche il vecchio Simeone, quaranta giorni dopo il Natale, sempre secondo il Vangelo di Luca, Vangelo della vita.
Di gioia è dunque soffuso tutto questo tempo liturgico, dall’attesa al compimento: e la gioia, come dice San Leone Magno, viene dal mistero che si celebra: “il Natale della vita”.
Per questo è molto saggia la scelta pastorale della chiesa che è in Italia di celebrare la “Giornata della vita” proprio la prima domenica di febbraio, al concludersi di questo tempo di grazia che ci rivela il “Vangelo della vita”.
E quest’anno tale circostanza merita di essere vissuta con maggiore esultanza nell’anno in cui pensiamo al Padre “sorgente della vita”.

Far posto alla vita
È sempre Luca che ci accompagna, anche con le sue pittoresche sottolineature che sembrano di cronaca e in effetti sono di linguaggio profondamente simbolico.
Prendete ad esempio quella notazione minuscola e quasi impercettibile nel grande, fulgido quadro del racconto di Natale nella “città di Davide, chiamata Betlemme” (Lc 2,4).
“Per loro non c’era posto nell’albergo” (Lc 2, 7).
Un semplice particolare, una notizia insignificante, un dettaglio trascurabile?
O non piuttosto un monito, non lontano da quell’altro di Giovanni che nel Prologo (lo leggeremo pure a Natale) ricorda il dramma di un popolo e di tutta la storia: “venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 11)?
Natale torna quindi, anche quest’anno, per costringerci di nuovo alla domanda: c’è posto per la vita nella nostra cultura, nella nostra società, nel nostro cuore?
Allora, non c’era posto per “loro” nell’albergo.
E ora?
Le domande si affollano e si infittiscono, ma tutte sarebbero riassumibili in questa:
Quale posto facciamo alla vita umana in questa nostra società, dal momento in cui essa inizia fino all’ora suprema in cui si spegne?
La vita nascente nel grembo di una donna ha bisogno di accoglienza, sempre: è un progetto irreversibile di uomo quello che, con aria tristemente burocratica, viene chiamato “prodotto del concepimento”.
Un progetto irreversibile, che contiene in sé tutte le informazioni necessarie, perché sia esattamente e semplicemente un uomo o una donna: cioè una vita umana.
Se nessuno si adopera per sopprimerla (il che vuol dire esattamente ucciderla), questa vita umana si svilupperà ineluttabilmente, di tappa in tappa, rimanendo sempre identicamente se stessa.
Ciò vuol dire che questa vita è intangibile, anche nelle primissime fasi del suo esistere, così come è intangibile in tutte le fasi del suo sviluppo.
Nessuno si sognerebbe di sopprimere un neonato solo perché deforme o indesiderato: perché si progetta, troppo spesso, di sopprimerlo prima che nasca?
Far posto alla vita, significa far posto ad ogni vita, non perché essa ne abbia qualche merito (è bella, è sana, è desiderata) ma semplicemente perché è una vita umana.
Solo se impariamo a far posto ad ogni vita umana, costruiremo una civiltà.
Ogni vita umana, dunque.
Quella che fiorisce nel grembo materno e quella che si spegne lentamente e misteriosamente su di un letto di sofferenza.
Quella che nasce dotata, come quella che si rivela fragile, debole, fiaccata.
Quella che la società ha emarginato prima ancora che si affacciasse alla luce, che quella che, all’apparenza, non ha possibilità di successo.
Ogni vita umana è intangibile, è indisponibile, è sacra.

Perché sacra?
Ho usato questa parola. L’ho usata di proposito.
Bisognerà ripetere fino alla noia che non occorre essere credenti e religiosi per riconoscere “sacralità” alla vita umana. Basta essere uomini civili. Parlo, infatti, di vita umana, senza aggettivi, “senza qualità” direbbe Musil: vita e basta.
E però, per un credente l’orizzonte si accende di una luce nuova: la luce del “Natale della vita”.
Da quando il Verbo Eterno ha preso carne e sangue nel grembo di una donna, ogni vita d’uomo è stata come “esaltata”, innalzandosi sopra se stessa.
C’è qualcosa di ancora più grande nella sacralità della vita, quando la si considera come dono del Padre, che è “sorgente della vita”.
Per un credente, ogni uomo, ogni donna – in qualunque istante della sua esistenza – porta in sé come una scintilla di quella divina origine.
Per questo, Natale è la festa della vita e bisogna tornare tutti umilmente, gioiosamente a quel grembo di Vergine che ci ha dato il Salvatore, per capire che il frutto benedetto di quel grembo avvolge di luce sovrumana ogni figlio “nato da donna, nato sotto la legge” (Gal 4, 4).

Per una catechesi sulla vita
In fondo a questa breve lettera con cui vorrei accompagnare il tempo di Avvento e di Natale per tutta la nostra comunità casalese rimane un suggerimento: approfondire, magari utilizzando il Catechismo, questo sfolgorante mistero della vita umana, a cui il tempo di Natale ci rimanda.
Sì, perché in effetti, come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II più volte citato, solo alla luce del Mistero del Verbo Incarnato trova spiegazione e luce il mistero dell’uomo in tutta la sua abissale fragilità, ma anche in tutta la sua ammirabile grandezza.
La vita. La vita umana. Ecco il punto di partenza per una riflessione catechistica non superficiale a cui il Natale ci sospinge.
Certo, qualcuno può pensare che la vita “è un destino cieco” o “un caso”. Ma quale tristezza avvolgerebbe il nostro esistere!
Bisognosi d’amore come siamo, bisognosi di senso come siamo, bisognosi di sentirci amati, accolti, protetti, come potremmo sopravvivere ridotti ad un “caso”, o peggio, destinati al nulla?
La fede, la fede natalizia, ci parla di vita come dono: dono di un Padre da cui ogni paternità umana trae senso.
Nella riflessione catechistica sul “Vangelo della vita”, troveremo certezze solide su cui rifondare il nostro cammino e quello della nostra civiltà.
Ne deriveranno conseguenze imprevedibili, proprio nella direzione della “civiltà dell’amore” perché “civiltà della vita”.

Due opzioni: carità e riconciliazione
Se il nostro esercizio catechistico sarà sapiente, non potremo non giungere a queste conseguenze pratiche: la carità e la riconciliazione.
La carità, perché Dio è amore, e per amore ci ha donato la vita.
La riconciliazione, perché Dio è Padre, e dei fratelli non possono che riallacciare tra loro rapporti fraterni.
Sono parole un po’ giù di moda, me ne rendo conto.
Ma non per questo vi rinuncio. Anzi.
Spero ardentemente che in questi primi mesi dell’anno liturgico che vogliamo vivere “nel nome del Padre” l’approfondimento catechistico sul “Vangelo della vita” ci conduca a scoprire che ogni vita umana va amata con cuore di fratello (e sarà il trionfo della carità) e che nell’amore di un Padre ci si può ritrovare fratelli (e sarà la riconciliazione nella pace, nella solidarietà, nell’accoglienza, nel dialogo).
La strada è aperta: è la strada del Natale.
Quella dei pastori e dei magi, quella di tutti gli uomini di buona volontà sui quali è stata una volta per sempre annunciata la pace.
Pace anche a tutti voi, nel giorno del “Natale della vita”.

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