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Ventennale CAV 11-1999

 

VENTENNALE DEL CENTRO DI AIUTO ALLA VITA
3 novembre 1999


Mons. Zaccheo si incontrava tutti i mesi con i sacerdoti, per un momento di ritiro e riflessione pastorale. In occasione del ventennale del Centro di Aiuto alla Vita, ha voluto che l’incontro si svolgesse presso la sede del Movimento per la Vita. Purtroppo, ben pochi sacerdoti si sono presentati all’appuntamento. Ma il vescovo non ha mancato di parlare apertamente a quei pochi, oltre che ai volontari presenti.
L’incontro è stato audioregistrato, e presentiamo qui la sbobinatura della relazione del vescovo, lasciando tutta la spontaneità del linguaggio parlato.

<<La ragione di questa convocazione è appunto il ventennale, e mi sono detto: se potessimo incontrarci, un gruppo di sacerdoti, che hanno una sensibilità a questo tema e possono aiutarci a farla crescere pastoralmente, potrebbe essere il modo per avviare questo mese, tra novembre e dicembre, ci saranno poi anche altre iniziative rivolte ai laici perché il CAV che nasce sul terreno del MPV, è fondamentalmente un movimento laicale, e la presenza dei laici in un tema così delicato e così urgente proprio per la civiltà – non dico per la civiltà cristiana ma proprio per la civiltà dell’uomo – è certamente molto significativo.
Voglio prendere spunto con voi per confidarvi qualche preoccupazione di tipo pastorale, che mi pare vada crescendo in me in questi anni, e radico questa preoccupazione pastorale proprio sulla parte finale della Evangelium Vitae, che non è un documento da mettere in archivio, è invece un testo a cui ogni volta vi attingiamo troviamo non solo spunti utili per le nostre riflessioni, ma anche stimolazioni molto coerenti. Allora prendo i nn. dai 95 in poi e lo voglio brevemente commentare con voi, soprattutto con voi sacerdoti. Perché trovo che qui si danno alcune direttive che devono innervare la nostra pastorale.
All’inizio del n. 95 si dice che “Nell'odierno contesto sociale, segnato da una drammatica lotta tra la cultura della vita e la cultura della morte” , - e di questo siamo tutti perfettamente coscienti, basti pensare che si semina morte anche là dove i ragazzi vanno a divertirsi, non riesco neanche a capire come si possa accreditare come buono la distribuzione di una pastiglietta per eccitarsi, dopo di che qualcuno muore, è una civiltà assurda, a dei ragazzi che hanno voglia di divertirsi si debba incentivare la voglia di divertimento ammazzandoli, e non riesco neanche a capire che da parte nostra si corra dietro all’idea che bisogna tenere aperte le chiese di notte così i ragazzi possono trovare un rifugio, io trovo che correre dietro a queste idiozie panamericane sia veramente una stupidaggine. Lo volevo dire anche per sfogarmi. Dobbiamo offrire qualcosa di alternativo a questo tipo di società, perché se corriamo dietro a tutte queste mode fra poco ci troviamo nella società dei cimiteri, non della vita e della gioia.
E quindi qui dice: “occorre far maturare un forte senso critico, capace di discernere i veri valori e le autentiche esigenze”. Questa idea del senso critico, del non lasciarsi prendere dalle mode, soltanto perché si dice “i giovani la pensano così”, che poi non è vero, perché gliela fanno pensare così, che è diverso. Allora, questo gusto di andare un po’ controcorrente, credo sia urgente da inoculare anche dentro le nostre comunità.
E qui dice infatti: “Urgono una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto una grande strategia a favore della vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita: nuova, perché in grado di affrontare e risolvere gli inediti problemi di oggi circa la vita dell'uomo…”,- certo, perché ci troviamo di fronte a problemi inediti, che non si possono sempre evitare con l’accetta, devono essere studiati, devono essere capiti, approfonditi, occorre dunque una cultura – “nuova, perché fatta propria con più salda e operosa convinzione da parte di tutti i cristiani; nuova, perché capace di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutti”.
Il silenzio in cui un po’ – ho paura – ci stiamo rintanando, il silenzio non serve, anche culturalmente, perché la cultura si forma nella società con il confronto con tutte le opinioni. Se manca qualche cosa, la cultura non sta ad aspettarci e dire “ma cosa penseranno i cattolici?, la cultura va avanti sulle sue strade, e quindi è nuovo questo problema perché è nuovo anche il modo con cui si forma questa cultura e la mentalità della gente.
Dice il Papa che “L'urgenza di questa svolta culturale è legata alla situazione storica che stiamo attraversando, ma si radica nella stessa missione evangelizzatrice, propria della Chiesa”. Cioè, non è soltanto una moda, nè tanto meno è soltanto una battaglia, dato che esiste questo problema. Si tratta proprio di essere o non essere fedeli all’Evangelium Vitae.
E come primo punto il papa propone: “Si deve cominciare dal rinnovare la cultura della vita all'interno delle stesse comunità cristiane”. Io mi domando che cosa voleva dire il Papa a questo riguardo. E mi interrogo per la nostra comunità cristiana, perché questa frase è a dir poco sibillina, perché cosa ci dovrebbe essere di più chiaro della cultura della vita nelle comunità cristiane? Eppure il Papa dice che bisogna rinnovare questa cultura a partire dall’interno delle comunità cristiane. Non è solo una questione di polemica con gli abortisti, o con quelli della 194, o con quelli che reputano che qualunque modo di creare la vita, anche con le macchinette, va bene, e così via, non è solo questo. È che al nostro interno abbiamo bisogno di far crescere la cultura della vita. E questo mi allarma un po’, perché tendenzialmente io lo davo per certo. Che segnali arrivano al Papa se scrive queste frasi? Che segnali ci sono attorno a lui se riteniamo giusta questa frase?
Troppo spesso – spiega il Papa - i credenti, - e aggiunge - perfino quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, - quindi non solo i credenti, ma, diciamo, i praticanti - cadono in una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita”. Questa è una denuncia gravissima. Io me la sento un po’ addosso, volevo comunicarvela, parlarne con voi sacerdoti, almeno con questo piccolo gruppetto che ha ritenuto di accogliere il mio invito. Con gli altri troveremo qualche altro momento per parlare, non vorrei che anche loro siano di quelli che hanno questa dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita.
Dobbiamo allora interrogarci, - sono sempre le parole del Papa, e io le prendo così, perché voglio interrogarmi con voi - con grande lucidità e coraggio, su quale cultura della vita sia oggi diffusa tra i singoli cristiani, le famiglie, i gruppi e le comunità delle nostre Diocesi”. Vedete che qui c’è proprio una radiografia ad alzo zero della nostra vita diocesana. Quale cultura della vita c’è nelle persone, nei praticanti, anche in noi che diciamo messa tutti i giorni, nelle famiglie, anche quelle belle famiglie cristiane, i gruppi, e nei gruppi ci stanno le associazioni, i movimenti, le aggregazioni laicali, e le comunità, e penso che il Papa intenda le parrocchie. Quindi il primo punto è questo: dobbiamo interrogarci su quale tipo di cultura della vita esiste nelle nostre comunità cristiane.
E poi va avanti e dice: “Con altrettanta chiarezza e decisione, dobbiamo individuare quali passi siamo chiamati a compiere per servire la vita secondo la pienezza della sua verità”. Quindi, dopo avere analizzato la situazione, come stiamo a cultura della vita, si tratta di studiare una strategia per vedere che fare, perché se tutta la nostra strategia sta nella giornata per la vita, che si fa la prima domenica di febbraio fra centomila altre cose, evidentemente io credo che questa sia una strategia non vincente. Un po’ come la giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che non se ne accorgono neanche quelli che fanno comunicazione sociale. Quindi se noi crediamo di risolvere i problemi con le giornate, togliamocelo di testa. La strategia non è quella, semmai la strategia è servirsi delle giornate per fare altro, per fare di più, per fare diverso. Quindi due questioni: analizzare la situazione e vedere la strategia.
E poi, terzo punto, dice il Papa in questo n. 95 che secondo me è un processo alla nostra pastorale:
Nello stesso tempo, dobbiamo promuovere un confronto serio e approfondito con tutti, anche con i non credenti, sui problemi fondamentali della vita umana, nei luoghi dell'elaborazione del pensiero, come nei diversi ambiti professionali e là dove si snoda quotidianamente l'esistenza di ciascuno”.
Il terzo livello è questo, potremmo chiamarlo del progetto culturale, come entrare in un colloquio non polemico, non partitico, ma un colloquio metafisico sulle questioni della vita, con tutti coloro che o si dichiarano o sono di fatto al servizio della vita umana. Vedete che sono tre i livelli di programmazione pastorale, uno più impegnativo dell’altro.
E io mi domando se non siamo inadempienti a questo riguardo. Me lo domando sinceramente, più di una volta, e vorrei dirvi una cosa con franchezza qui in questa sede: che io non mi sento sufficientemente interpretato solo se diamo una delega cordiale e affettuosa al movimento per la vita. Io ritengo che la delega non sia la strada giusta. Riconoscere l’autonomia laicale del MPV è cosa doverosa, sostenerlo e affiancarlo, mi va bene, ma non pensare che abbiamo risolto il problema pastorale della cultura per la vita, perché tanto c’è questo movimento e ogni tanto gli diamo una mano. Riesco a spiegarmi? Ecco io vorrei cogliere l’occasione di questo ventennale, e spero che non sia interpretato come una diminuzione, non è che voglio mancare di rispetto a questi vent’anni di lavoro e per queste serie prospettive che il movimento si è dato a livello mondiale, italiano e diocesano, ma voglio dire che questo è uno strumento da valorizzare, ma non è la strategia pastorale.
Per fare un esempio, in modo da non offendere nessuno, è un po’ come a proposito della carità, il rapporto con la San Vincenzo. È evidente che nessuno di noi vuole mandare a mare la San Vincenzo, ma non possiamo neanche dire che la carità della chiesa è delegata alla San Vincenzo. Mi capite? La San Vincenzo è un’associazione, benemerita, ha la sua storia, il suo futuro, i suoi programmi, e noi la appoggiamo, la sosteniamo, ma non possiamo delegare la responsabilità della carità pastorale ad una associazione, sia pure benemerita.
Analogamente, vedete che facciamo le stesse difficoltà, perché non è il problema del MPV, è il problema della pastorale e dei suoi nuovi orizzonti. Tanto è vero che anche la Caritas, che dovrebbe essere quell’anima pastorale della strategia della carità, è in empasse, è in difficoltà in tutta Italia, non solo da noi, perché alla fine la gente ha interpretato la Caritas come un’altra associazione di volontariato, che fa magari concorrenza alla San Vincenzo, per cui in una parrocchia si dice – e qualche parroco lealmente me l’ha detto: “ma io ho già la San Vincenzo”. E quando uno dice così, dice chiaramente che il problema esiste. Allora vorrei cogliere questa occasione per chiedere anche a voi che siete qui presenti qualche aiuto su come attuare questo n. 95 della Evangelium Vitae nella nostra programmazione pastorale. Cioè, come riusciamo a inserire la carità non delegandola, e la cultura della vita non delegandola. Sostenendo tutti coloro che già operano, ma creando una coscienza pastorale – e qui il Papa dice: nelle comunità, nei gruppi, nelle famiglie, nei singoli cristiani – sia favorevole alla vita, e non accetti passivamente la cultura di morte che è intorno a noi.
È una questione pastorale, io penso, di fondo, sulla quale non ho che scrupoli, cioè non ho soluzioni in testa, però mi angustio, davvero, a pensare che siano vere queste parole del Papa anche per la nostra diocesi. Mi angustia pensare che quando pensiamo all’azione pastorale, questa la pensiamo come una attività marginale, e non come una questione di sostanza. Io non so che strada battere. Qui il Papa ne suggerisce alcune, suggerisce quattro piste nei nn. che vanno dal 96 al 99, quattro piste che vi enuncio, che non è che siano soluzioni facili da prendere domattina, se no le avremmo già prese, la buona volontà ce l’abbiamo tutti!
Il primo e fondamentale passo, dice il Papa, per realizzare questa svolta culturale, è la “formazione della coscienza morale”.
Il secondo, al n. 97, “l’opera educativa”, educare al valore della vita.
La terza pista è “assumere un nuovo stile di vita” e la quarta è “chiamare in causa le donne”, il n. 99 che è molto interessante.
Qui ci è tracciata una pista di lavoro. Lo so bene che ognuno di questi capitoli ha dentro di sé degli interrogativi. Come fare questo? Come attivare nelle nostre povere fragili parrocchie, impegnate su centomila fronti, come possiamo farle diventare luoghi di formazione della coscienza morale, se nessuno ci ascolta? Come possiamo fare opera educativa se non ci sono quelli che hanno voglia di farsi educare? Come assumere un nuovo stile di vita – e il giubileo dovrebbe servire a questo – quando la gente sta così bene che non ha nessuna voglia di cambiare stile, non ce l’ha proprio? Sul problema delle donne, direi che è più facile fare un po’ di retorica.
Allora ripasso brevemente questi testi. Non vi leggo tutte queste pagine, però vorrei raccomandarvele. In questo mese in cui ci saranno altre iniziative del MPV, da appoggiare, da invitare qualcuno dei nostri parrocchiani, magari una rilettura, una meditazione pastorale di questi numeri, dal 95 al 99, sono anche gli ultimi anni del secolo e del millennio quindi sono facili da tenere a mente, quindi andare a rileggerli anche voi, per vedere se viene fuori qualche spunto per i nostri consigli pastorali, per il nostro consiglio pastorale diocesano, per la nostra programmazione.
La formazione della coscienza morale. È vero, che si è a lungo polemizzato nei decenni passati contro il moralismo, dicendo che è ora di finirla di fare le omelie sempre puntate soltanto su ciò che c’è da fare, da non fare, e quando invece bisogna annunciare Gesù morto e risorto, verissimo. Il kerigma che era stato un po’ oscurato dal moralismo, deve essere rimesso in evidenza. Ma non per oscurare la coscienza morale. Perché altrimenti annunciare Cristo come salvatore, e non salvarsi, significa parlare di lui come di un personaggio storico, che è la moda e la tendenza, e non come di colui che cambia la vita dell’uomo. E per cambiare la vita dell’uomo bisogna cambiare le concezioni morali! Quindi, che sia un po’ andata in crisi la formazione della coscienza morale, è vero. Da un eccesso per cui in fondo la stessa preparazione al sacerdozio era molto fondata su tutta la teologia morale, sulla casistica, era tutta una formazione che cercava di forgiare fortemente le coscienze. Però tra questo che si poteva chiamare anche moralismo, quando era esasperato, e la necessità di coniugare fede e vita è un passo indispensabile. Perché si coniuga fede e vita solo nella formazione della coscienza morale. Anche qui faccio un altro esempio perché non sembri che siamo monocordi: pensate come non riusciamo a forgiare una coscienza morale sul piano della socialità. Pensate a come la dottrina sociale della chiesa facciamo fatica, non dico a comunicarla, ma ad enunciarla, a far sentire che qualche volta bisogna pure riflettere su una parte del genere. Io fra l’altro ritengo che questa dottrina della Evangelium Vitae sia dottrina sociale della chiesa. Perché la dottrina sociale non è soltanto quella economica, quella del lavoro o del mercato, sulla quale siamo peraltro inadempienti tanto quanto su questa. Allora vuol dire che la nostra formazione delle coscienze è carente su alcuni pilastri. Dire che è carente non vuol dire dare la colpa a qualcuno, vuol dire prendersi ciascuno la propria, la mia.
Strettamente collegata – dice il Papa – è l’opera educativa. Adesso viviamo addirittura in una cultura, in una società, che ci vieta di educare: vi accorgete? Ci dicono addirittura questi grandi luminari, professori, che non bisogna più educare, che la gente deve crescere nella libertà, come se la libertà non andasse educata. Poi ci accorgiamo di tutto quello che succede.
Non ci si può quindi esimere …” – leggo questo capitoletto che è un altro sul quale siamo, io credo, abbastanza inadempienti – “dall’offrire soprattutto agli adolescenti e ai giovani l’autentica educazione alla sessualità e all'amore”, - e notate che con grande finezza psicologica il Papa aggiunge: - “un'educazione implicante la formazione alla castità” – e qui non parla per i frati e per le monache! Io, io per primo, da anni, non parlo più di castità ai giovani, perché non trovo le parole, perché non trovo gli agganci, perché mi pare di dire cose stratosferiche, eppure se non abbiamo il coraggio che il Papa ha, frequentemente, di andare un po’ anche controcorrente, noi non formiamo più nessuno. E si parla tanto di formazione, di formazione permanente, ma io prima della formazione metterei l’educazione.
Notate anche che è molto intelligente questo testo, perché dice anche che l’opera di educazione comporta la formazione dei coniugi alla procreazione responsabile, altro tema scottante. Notate che dice ‘responsabile’, non dice ‘alla procreazione’. E non lasciamoci anche noi ingannare dalla mentalità dominante che dice: “ah, voi, purchè facciano figli”. Non è questo il senso dell’educazione alla procreazione responsabile. Anche qui vedete che abbiamo dei problemi pastorali scottanti. Mi par di capire che comunque, al di là di un po’ di retorica che facciamo per la giornata della vita, ci sono dei nervi scoperti che non osiamo toccare per paura di reazioni, per incapacità di linguaggio, per – non vorrei dirlo, ma mi viene sulle labbra – per quieto vivere.

Ma guardate che io mi sto confessando davanti a voi, non voglio accusare nessuno, dico di me, dico di noi chiesa, e vi comunico questa mia preoccupazione. E se ritenete, parliamone pure, parliamone anche ad altri, anche perché quest’opera educativa, o la facciamo noi, o togliamoci dalla testa che la facciano altri. Al massimo altri arrivano a fare qualche nota informativa, quelle informazioni che sembrerebbero asettiche, e poi asettiche non sono.
Ma pensate a come questo testo del Papa è ricco di prospettive pastorali, perché finisce, dopo aver parlato della sessualità e dell’amore, della procreazione responsabile: “l’opera educativa non può non prendere in considerazione anche la sofferenza e la morte”. Altro tema, che non sembra ma è di educazione alla vita. E così entra anche la giornata mondiale del malato, perché il Papa la cita proprio qui.
La terza pista è assumere un nuovo stile di vita. E qui chiama in causa tutti: intellettuali, educatori, cattolici, non cattolici, operatori di mass media, ecc. ma su questa questione dell’assumere un nuovo stile di vita, io volevo darvi una piccola testimonianza, che mi ha molto commosso in questi giorni, e mi fa dire che la gente è migliore dei nostri progetti. Forse qualcuno di voi lo sa, nella settimana in cui ero in Terra Santa è morto un signore di Conzano, che si chiamava Pasqualino Boccalatte. Io ero andato a casa sua a dir messa una sera, con alcuni amici dell’OFTAL proprio dieci giorni prima. Aveva 87 anni. La moglie ne ha forse 82 e hanno un figlio handicappato che ha 52 anni. E avevano anche una figlia handicappata che è morta alcuni anni fa. Queste due persone hanno vissuto l’intera loro esistenza tenendosi in casa due figli handicappati allo stadio estremo, se li conoscete vi rendete conto di quale vita abbiano progettato questi due coniugi. Per 52 anni, cioè tutta una vita, marito e moglie – e prima avevano anche il lavoro quando erano giovani, avevano una trattoria sul lombardo, poi sono andati in pensione e sono venuti qui a Conzano. L’amore, la delicatezza, che hanno per questo figlio è una cosa commovente. Io mi vergognavo ad essere lì a predicare e a dire messa in una casa così. Questo uomo stava bene e continuava a dire: speriamo che il Signore provveda. Forse non pensava così, adesso è mancato lui.
Ma io mi sono detto: che cosa ispira degli stili di vita di questo genere, se non una fede così profonda, così radicata, una cultura veramente. Ma che cosa ne sarà degli adolescenti di oggi se la vita riservasse loro un avvenimento del genere? Cosa sarebbe stato di me, mi domandavo? Avrei avuto questo coraggio? Ecco, quando parlo di stili di vita, io dico veramente che mi vien da dire che la battaglia è perduta, però non dobbiamo mai arrenderci. Perché ci sono questi stili di vita, non reclamizzati, qualche volta volutamente dimenticati, tante volte con lo stile proprio delle culture dominanti, ridotti a piccole riserve, come le riserve indiane, in cui ecco, loro stiano lì, rispettati e magari incensati, però la cultura è altro, il modo di vivere è altro, lo stile della vita è altro.
Allora questo stile di vita che alleva i ragazzi e i giovani a non rinunciare a niente, ad avere tutto e subito, io sono strabiliato di questa faccenda che per divertirsi bisogna prendere una pillola! Ma la gioia, la gioia di vivere, non c’è dentro a un uomo, a una donna, in un ragazzo? Bisogna drogarsi per gioire? Ma siamo fuori da ogni logica! Io capisco che bisogna drogarsi un po’ per far venir su la voce, e allora bisogna prendere tante pastiglie, va beh, ma per stare allegri è necessario drogarsi? Questo è il dramma di una società che non ne ha mai abbastanza. Uno stile di vita preoccupante.
Allora, le donne, ultimo tema.
Nella svolta culturale a favore della vita le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione singolare e forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un « nuovo femminismo » che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli « maschilisti », sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile” (EV 99).
E poi c’è una bellissima pagina che leggo non solo perché so che voi siete particolarmente sensibili a questo:
Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all'aborto”. Qui c’è una pagina bellissima del Papa, su un altro campo nel quale, io credo, noi sacerdoti abbiamo una missione delicatissima, delicatissima, perché si tratta di ricostruire delle coscienze, e ricostruirle con la misericordia di Dio Padre, che non è indulgenza, ma è veramente la robusta misericordia di Dio, di cui noi dobbiamo essere ministri. Io credo davvero che in un campo come questo è importante allenarsi a capire.
Ecco perché sono molto lieto che abbiate diffuso quel libro con le testimonianze, “… ma questo è un figlio”, e mi piacerebbe davvero che i sacerdoti che l’hanno ricevuto lo leggano, perché impariamo anche come instaurare, noi maschi, noi uomini, anche un po’ estranei a questi problemi, a instaurare un rapporto reale, vero, sincero, pulito, onesto, con queste persone, che hanno bisogno adesso di noi più di prima, per essere anche costituite come testimoni presso altre giovani, altre donne, di questo valore.
Quindi mi pare che ci siano tante buone ragioni per cogliere questa occasione del ventennale del movimento per revisionare un po’ la nostra programmazione pastorale circa l’Evangelium Vitae. Chiudo così, lieto di poter seguire anche le comunicazioni che ci verranno date in questa mattinata. >>

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