Il costo economico-sociale dell’aborto
Benedetto Rocchi, Dipartimento di Economia Università di Firenze, Pres. dell’Osservatorio Permanente sull’Aborto.
Di seguito intervento scritto e video.
Benedetto Rocchi
Il costo economico e sociale dell’aborto legale
La legalizzazione è un efficace contrasto all’aborto volontario?
Può sembrare una domanda paradossale ma è necessario porsela, dal momento che la legalizzazione dell’aborto viene difesa molto spesso per i benefici sociali che essa produrrebbe.
Il dibattito sull’aborto volontario in Italia è stato sempre distorto da un uso spregiudicato dei dati da parte di chi ha sostenuto il «diritto di scelta», un uso strumentale dei dati così sistematico che ha finito per influenzare anche la visione del problema «aborto volontario» di parte del mondo pro-vita. Nessuno ha mai dimostrato che la legalizzazione dell’aborto abbia ridotto in maniera sensibile … il numero di aborti e ci sono ottime ragioni per pensare, viceversa, che li abbia fatti aumentare. Che la legalizzazione faccia diminuire gli aborti volontari, a pensarci bene, è una singolare teoria. Quasi che l’eliminazione degli ostacoli a quello che in precedenza era un reato penale, con la possibilità di minimizzare i rischi sanitari, possa indurre ad un ripensamento donne giunte a considerare la possibilità di sopprimere la vita del loro bambino e che in assenza della legge avrebbero abortito clandestinamente. Ma anche trascurando questa ovvia considerazione, abbiamo in ogni caso elementi che ci permettano ancora oggi di affermare che la legalizzazione dell’aborto abbia effettivamente fatto diminuire il numero totale di aborti? In realtà ci sono evidenze che spingono a pensare il contrario. Uno studio rigoroso sul presumibile numero di aborti clandestini prima dell’approvazione della legge, condotto da tre demografi dell’Università di Padova (Colombo, 1977) li quantificava in non più di 100.000 all’anno. Nei primi anni di applicazione della legge 194 gli aborti legali sono rapidamente arrivati a superare quota 230.000 (nel 1982). Anche in altri paesi alcune evidenze empiriche sembrano confermare che la legalizzazione di fatto aumenta il numero totale di aborti volontari. (Levine e Staiger, 2004; Antón et al. 2018). Una recente conferma di questa realtà, sia pure in senso contrario, è il caso del Texas dove, dopo l’introduzione di una regolamentazione che restringeva il diritto di aborto nel 2021, è stato osservato un incremento delle nascite rispetto alla media degli anni precedenti (Bell et al, 2023).
Per quanto riguarda la tendenza decrescente osservata negli anni successivi all’approvazione della legge, è necessario innanzitutto osservare che la diminuzione in valore assoluto degli aborti è un dato fuorviante, perché sconta l’effetto dei trend demografici complessivi, che hanno portato ad una riduzione numerica delle donne in età fertile, e quindi anche delle potenziali gravidanze e aborti. È più corretto guardare ad un indicatore come il tasso di abortività volontaria totale, pubblicato annualmente da Istat, cioè la percentuale di donne che nel corso dei loro anni fertili abortiscono almeno una volta. Dopo un picco iniziale che ha portato l’indice sopra il 50% (un’ulteriore conferma, se ce ne fosse bisogno, di come la legalizzazione abbia con ogni probabilità, fatto crescere il numero di aborti totali rispetto alla “clandestinità”), a partire dagli anni ’90 il tasso si è assestato per un lungo periodo intorno al 30% e solo nell’ultimo decennio ha registrato un ulteriore calo (nel 2022 si aggirava intorno al 20%, una percentuale comunque impressionante). In media in Italia nel 2022 l’aborto legale ha riguardato il 13% di tutte le gravidanze, una percentuale che salirebbe al 14,6% aggiungendo i circa 10.000 aborti clandestini stimati da Istat in occasione della relazione al Parlamento del Ministro della salute del 2017.
Riguardo alla diminuzione dopo il 2010 bisogna inoltre considerare che l’Istat calcola gli indicatori di abortività rilevando solo le procedure abortive autorizzate nel Sistema Sanitario Nazionale. Ma dal 2006 sono autorizzati in Italia anche i cosiddetti “contraccettivi di emergenza”, le pillole che si prendono dopo il rapporto sessuale a rischio e che, in una certa percentuale di casi svolgono un’azione abortiva, impedendo all’embrione già concepito, nelle primissime fasi della sua vita, di annidarsi nell’utero materno. La veloce e ampia diffusione delle pillole post-coitali ha sicuramente contribuito in modo sostanziale a ridurre quelle che, nei documenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, vengono chiamate «gravidanze non intenzionali» e di conseguenza l’accesso all’aborto legale. In effetti la diminuzione della percentuale apparente di gravidanze interrotte volontariamente sembra accelerare significativamente proprio dopo l’introduzione in Italia del Norlevo (2006) e di ellaOne (2011). Sommando agli aborti ufficiali rilevati dall’Istat una stima prudenziale dei criptoaborti provocati dall’uso delle pillole post-coitali, dal 2016 in poi si ottiene un tasso del 17% di gravidanze interrotte volontariamente (OPA, 2024). Si tratta di una percentuale che, secondo i dati ufficiali, sarebbe stata raggiunta solo prima del 2006, anno dell’autorizzazione del Norlevo in Italia. Nonostante l’abortività apparente sia in calo, il dato corretto per l’impiego della contraccezione di emergenza mostra una complessiva crescita dell’abortività volontaria negli ultimi anni. In totale dal 2016 in poi si può stimare che dal 2016 l’uso delle pillole post-coitali abbia provocato più di 280 mila criptoaborti.
Bisognerebbe inoltre considerare la diffusione crescente di pratiche di aborto «fai da te» sia utilizzando la RU486 (che è possibile procurarsi sul web) che mediante l’uso di farmaci ad altro destinati. Come il Cytotec, un farmaco per l’ulcera, che può essere usato per indurre l’aborto. L’aumento di queste forme di aborto è confermato indirettamente dalla crescita nel tempo del tasso di abortività spontanea, soprattutto tra le giovanissime, a partire dagli anni ’90, anche questo un fenomeno regolarmente registrato dalle statistiche ufficiali dell’Istat.
Un altro presunto effetto benefico della legge sarebbe la protezione delle donne da quello che l’ONU chiama Unsafe abortion. Negli anni ’70 l’urgenza di approvare una legge abortista veniva motivata con la denuncia di decine di migliaia di donne che sarebbero morte per aborto clandestino. Numeri palesemente infondati, come più volte è stato dimostrato, ma che continuano ancora oggi a circolare impunemente. In un articolo apparso su Domani il 22 maggio 2024, che promuove le pratiche di aborto «autogestito», Eleonora Cirant afferma che «…nel 1978. … di aborto non legale morivano, secondo le stime di allora, da uno a tre milioni di donne l’anno», quando l’annuario di Statistiche Demografiche dell’Istat quantificava per il 1978 un totale dei morti (maschi più femmine) per qualsiasi causa è pari a 540.671.
Anche senza arrivare alle iperboliche cifre sparate su Domani, all’epoca del dibattito sulla legalizzazione venivano presentate come attendibili stime comprese tra un milione e mezzo e due milioni di aborti clandestini all’anno, con tra 20 e 25 mila le donne morte per le precarie condizioni in cui gli aborti venivano realizzati. Cifre scritte nero su bianco negli atti parlamentari (come nella proposta di legge n. 3692 del 15/10/1971 presentata alla Camera dall’onorevole Brizioli e altri colleghi) e riprese ripetutamente grandi organi di stampa (ad esempio: Il Giorno, 7/9/1972; Corriere della Sera 10/9/1976). Erano assurdi anche quei numeri. Solo per fare un esempio, l’Annuario di Statistiche Demografiche pubblicato da Istat riportava per l’anno 1974 un totale di 8.748 donne in età fertile (da 14 a 45 anni) morte per qualsiasi causa. In base alla popolazione femminile dell’epoca è stato calcolato che per avere due milioni di aborti clandestini all’anno, la metà delle donne avrebbe dovuto abortire in media più di 5 volte durante la vita riproduttiva.
Nel terzo Rapporto curato da OPA viene presentata un’analisi statistica dei dati relativi alla mortalità femminile in età fertile negli anni intorno all’approvazione della legge che mostra come la legalizzazione non ha avuto alcun impatto statisticamente rilevante sul suo andamento decrescente, condiviso con il resto della popolazione italiana. Delle due l’una: o un problema di salute pubblica non esisteva oppure la legalizzazione della legge non lo ha risolto.
L’onere finanziario della legge 194
Passiamo a considerare i costi di implementazione della politica abortista. Nei 44 anni di applicazione della legge l’onere per le finanze pubbliche, espresso in euro 2022, è stato pari a un costo medio per aborto di 1.218 Euro e a una spesa media annua di 153 milioni di Euro. Il costo storico cumulato, per il periodo 1979 – 2022 è pari a circa 7,3 miliardi di Euro. Dal punto di vista delle finanze pubbliche si tratta di una spesa tipicamente (nel caso dell’aborto, per definizione) improduttiva, tra l’altro realizzata in un periodo storico contrassegnato dal progressivo indebitamento dello Stato italiano. Un fondo destinato a impieghi produttivi nel quale fossero state versate cifre corrispondenti a quanto speso per il finanziamento della legge 194 oggi ammonterebbe a circa 16,6 miliardi di Euro, ipotizzando un rendimento pari agli interessi pagati dallo Stato italiano per il debito pubblico.
Nel 2022 la legge 194 ha comportato un costo complessivo di poco più di 56 milioni di Euro, in lieve crescita (+1,3%) rispetto all’anno precedente, che aveva viceversa mostrato un decremento (-7,2%) rispetto al 2020. Le risorse finanziarie allocate per gli aborti volontari sono considerevoli se si considerano le crescenti difficoltà del Sistema Sanitario Nazionale nel fornire i suoi servizi di cura alla popolazione. Le scelte di politica sanitaria degli ultimi anni hanno significativamente ridotto le risorse disponibili. L’emergenza legata alla diffusione del virus Covid19 ha mostrato con chiarezza la fragilità del nostro sistema sanitario. Un dato che mostra la riduzione del «perimetro» di cura e assistenza coperto dalla sanità pubblica è l’aumento registrato negli ultimi anni della percentuale di spesa sanitaria coperta direttamente dai privati, come ben documentato dai rapporti annuali pubblicati dall’Osservatorio sulla Povertà Sanitaria del Banco Farmaceutico. La crescente esigenza di coprire privatamente una parte delle spese sanitarie colpisce particolarmente le famiglie povere, che meno risorse possono destinare a questa necessità. I dati mostrano che i componenti delle famiglie in condizioni di povertà assoluta hanno potuto destinare alle spese per la loro salute circa 10 euro al mese sia nel 2019 che nel 2020, contro una spesa pro-capite media mensile nelle famiglie non povere di 65 e di 60 euro rispettivamente nel 2019 e nel 2020. Negli stessi anni i fondi impiegati per eseguire gli aborti volontari avrebbero potuto interamente colmare il gap di spesa sanitaria privata di circa 100.000 persone povere.
Un altro aspetto che è importante sottolineare della spesa per gli aborti in Italia è la crescita recente della componente provocata dalle complicazioni. Questa è sostanzialmente connessa alla progressiva sostituzione delle procedure chirurgiche con quelle chimiche per l’esecuzione dell’aborto. L’aborto farmacologico viene fortemente promosso dalle autorità sanitarie perchè meno costoso. Tuttavia, data la natura dei protocolli di esecuzione e l’architettura del sistema ufficiale di rilevazione degli aborti legali, la registrazione delle complicazioni è lacunosa, in particolare proprio nel caso dell’aborto farmacologico. La quota dei costi complessivi dovuti all’aborto farmacologico cresce nel triennio 2020 -2022 passando dal 24,6 al 37,4%. L’aumentata incidenza dell’aborto chimico fa diminuire progressivamente il costo medio per singolo aborto, che nell’ultimo anno rilevato è passato da 907 a 856 Euro. L’aborto farmacologico però genera un maggior costo per le complicazioni rispetto all’aborto chirurgico. La quota dei costi per le complicazioni, infatti, cresce nei tre anni passando da 5,5 a 6,4 milioni di Euro, raggiungendo una quota dell’11,4% sul totale. Questo dato potrebbe essere ancora sottostimato, data l’incompletezza dei dati a disposizione, e tiene conto delle sole complicazioni immediate degli aborti volontari. Sfuggono ad una rilevazione sistematica complicazioni e conseguenze avverse per la salute delle donne che si manifestano nel lungo periodo, come una accresciuta tendenza alla abortività spontanea o al parto prematuro, problemi di sterilità e tutta la casistica connessa alla sindrome post-aborto, che comunque generano ulteriori costi per il sistema sanitario (oltre che sofferenze nelle donne che hanno deciso di abortire volontariamente).
L’impatto sulla natalità
L’abortività legale ha anche un effetto economico di lungo periodo per il suo impatto sulla natalità. Non c’è dubbio che ogni aborto ha un impatto diretto negativo sul saldo naturale della popolazione. Il calo demografico è figlio di una mentalità contraccettiva e di una cultura che non sa più vedere il valore della generazione. Ma, di fatto, l’aborto legale è stato negli ultimi 44 anni uno strumento fondamentale per tradurre in comportamenti effettivi tale mentalità: quasi 6 milioni di bambini, desiderati o meno che fossero, avrebbero potuto nascere e non sono nati perchè sono stato abortiti legalmente. Si sostiene che la scelta di non avere figli avviene prima e indipendentemente dalla scelta di abortire e che quindi non sarebbe la legalizzazione la vera causa del calo demografico. Abbiamo in realtà già visto in precedenza che la legalizzazione induce le donne, in una percentuale non trascurabile di casi, ad interrompere gravidanze che in presenza di un divieto non avrebbero interrotte. Ma se sostiene che si abortisce perché si mettono in atto le proprie scelte riproduttive, allora bisogna riconoscere che la legalizzazione ha reso l’aborto volontario un mezzo di controllo delle nascite, al pari della contraccezione, in aperto contrasto con l’articolo 1 della legge 194. La legge ha dunque fallito nell’evitare uno dei suoi obiettivi: lo certifica l’Istituto Superiore di Sanità nel suo sito istituzionale (https://www.epicentro.iss.it/ivg/Relazione2014) quando afferma che l’aborto è «nella maggioranza dei casi una estrema ratio, in seguito al fallimento dei metodi impiegati per evitare la gravidanza».
Tanti bambini non nati significano anche tante donne in età fertile in meno. Il prof. Blangiardo, demografo e ex presidente di Istat, ha recentemente calcolato che, stimata la componente femminile dei 6 milioni di nascite mai avvenute a causa dell’aborto legale e tenuto conto delle corrispondenti probabilità di sopravvivenza sino ad oggi, al 1° gennaio 2023 ci sarebbero state circa 2,2 milioni di donne 15-43enni in più. Il numero delle potenziali mamme sarebbe stato di conseguenza 13,8 milioni (invece degli 11,3 milioni attuali) e, applicando i più recenti valori dei tassi specifici di fecondità per età della donna, si ottiene per il 2023 un potenziale numero di nascite pari a 490 mila bambini. Invece delle 379 mila nascite rilevate da Istat, nel bilancio demografico dello scorso anno «avremmo sfiorato quel mezzo milione di nati che viene visto dai fautori della ripresa della natalità come obiettivo minimo da raggiungere» (Blangiardo, 2024).
Quali sono gli impatti economici della denatalità? Non sarebbe serio speculare su come sarebbe la condizione economica del nostro paese se i 6 milioni di bambini abortiti legalmente fossero nati: la costruzione del controfattuale sarebbe inevitabilmente arbitraria. È certo però che tra le radici dello scarso sviluppo di lungo periodo di un’economia il fattore demografico è uno dei driver fondamentali. La propensione al risparmio e all’investimento, che sono un motore fondamentale di sviluppo, è connessa alla presenza di una prole alla quale si desidera trasmettere risorse e possibilità. L’invecchiamento della popolazione, conseguenza inevitabile del calo demografico, è anche in genere collegato ad un minore tasso di innovazione nel sistema economico. Rende inoltre progressivamente meno sostenibili i sistemi previdenziali e assistenziali, come stiamo sperimentando in questi anni, portando ad ulteriore indebitamento, con un effetto negativo sulla crescita.
L’impatto sulla mentalità
Ma l’impatto sull’economia non esaurisce i costi sociali della legalizzazione dell’aborto. Sgombrato il campo dalle illusioni sui cosiddetti benefici sulla salute delle donne, per parlare di quello che a mio giudizio è il costo sociale più grave è necessario finalmente considerare quella che è la vera giustificazione del diritto di aborto: quella basata sull’autodeterminazione della donna. Si afferma che la madre ha diritto di scegliere riguardo all’esito della gravidanza perché questa è un evento della sua vita, sulla quale solo lei ha diritto di decidere. Senza entrare nel merito della questione della personalità e quindi del diritto alla vita del bambino si possono fare considerazioni sulle conseguenze sociali della scelta di lasciare alla donna una incondizionata libertà di porre fine alla gravidanza.
La decisione di aborto viene trasformata dalla legalizzazione in un problema/dilemma individuale che viene sciolto dalla madre confrontando (ex ante) i vantaggi dei due esiti possibili: vita con il bambino contrapposta a vita senza il bambino. È bene sottolineare che la valutazione, con la conseguente soluzione del dilemma è definita dalla legge, dal punto di vista sociale, come un problema la cui soluzione è “locale”: deve essere effettuata considerando le conseguenze per la sola donna, nonostante una scelta di questo tipo abbia in realtà conseguenze per molti altri soggetti (il padre, i fratelli, i nonni e il resto dei legami famigliari, per cominciare; ma si potrebbe allargare il quadro). Accettare questa logica in una situazione dove c’è in gioco la vita o la morte di qualcuno (l’esserci o il non esserci di una persona nella futura vita di chi decide) significa ammettere implicitamente che in particolari situazioni le vite delle persone possono essere ponderate: che è un altro modo per dire che è possibile valutare l’esistenza delle persone.
Ora questo è incompatibile con un’idea di società giusta. Possiamo definire quest’ultima come una comunità di persone il cui vivere insieme rappresenta un vantaggio per tutti nel raggiungere gli obiettivi individuali, nel vivere la propria vita. Questa è, in ultima analisi, l’unico ideale di società per cui vale impegnarsi, anche se, ovviamente, nessuna società reale lo raggiunge pienamente: ma è il solo fatto di perseguirlo collettivamente che rende la società una società e non un semplice aggregato umano, dove si confrontano interessi individuali e di gruppo. Come si potrebbe giudicare giusta una società che ammette che, per il bene della maggioranza, sia lecito escludere dai benefici del vivere in società determinate categorie di soggetti?
Se ammettiamo che il valore di due esistenze possa essere confrontato allora ammettiamo che il valore sociale di ciascuna delle sue esistenze è limitato: non si potrebbe scegliere, infatti, tra due esistenze di valore infinito. Ne consegue che alcune esistenze hanno un valore sociale più alto di altre. Le conseguenze di questa assunzione implicita nel diritto di aborto sono facili da vedere. Basta pensare all’uso eugenetico dell’aborto stesso e delle tecniche procreatiche di riproduzione, dove si effettua una sistematica eliminazione degli embrioni «difettosi». Anche i casi, per ora isolati e clamorosi, ma in crescita, di infanticidio compassionevole «nel migliore interesse del bambino», sono la conseguenza logica di questa concezione. Se dunque il migliore interesse del bambino è morire (cioè non essere) allora la società in un certo senso sta meglio dopo la sua morte: è socialmente buono che quel bambino non sia più parte del corpo sociale. Ma quello che vale oggi per un bimbo gravemente malato potrebbe essere detto in futuro per qualsiasi persona con caratteristiche socialmente indesiderate. Lo vediamo già con l’eutanasia, i cui confini di applicazione tendono ad allargarsi irresistibilmente una volta che viene, più o meno surrettiziamente, resa legale: dai malati terminali, agli anziani soli, ai depressi di tutte le età.
Le leggi hanno un valore educativo. Più di quaranta anni di aborto legale hanno contribuito a formare una diversa mentalità nel popolo italiano rispetto alla vita nascente. Ciò che è legittimo è sempre socialmente legittimo: qualsiasi diritto individuale infatti, per essere reale deve avere un qualche riconoscimento sociale.
Oggi vediamo meglio quale sia stato il costo sociale di questa (dis)educazione: permettere (cioè rendere legittimo) il giudizio sul valore di determinate esistenze (i bambini non ancora nati) mette in discussione l’esistenza stessa di una società giusta.
La mancata applicazione della prima parte della legge 194, che dovrebbe dare luogo a un sistema di supporto alle donne in difficoltà perché non abortiscano, è la conseguenza logica, socialmente inevitabile, del fatto che viene presentata dalla legge come parte di diritto individuale a dare un valore e a scegliere in merito alla vita di un bambino. È illusorio pensare di combattere l’aborto come fenomeno sociale senza combattere strenuamente la sua legalizzazione. Si possono e si devono salvare quanti più bambini possibile, aiutando i loro genitori, in particolare le mamme: e il lavoro dei tanti volontari che lo fanno fa bene alla società non solo perché salva vite ma perché testimonia il retto modo di concepire una società giusta, nella quale qualsiasi vita umana, anche la più piccola e fragile, ha sempre un valore sociale infinito. Ma questo non può bastare: bisogna continuare combattere la radice del problema e mettere con insistenza in discussione proprio il diritto di scelta e la legge che lo sancisce. Sarebbe del tutto illogico rivendicare un efficace sostegno alle gravidanze difficili, cioè una politica che ha un evidente significato sociale (la vita di ciascuno è una responsabilità di tutti), come parte di una politica che definisce, viceversa, un diritto individuale.
È una ragione in più per continuare la battaglia politica non solo per il superamento della legge 194 ma per la completa abrogazione del diritto di aborto in Italia.
Bibliografia
- Antón J, Ferre Z, Triunfo P 2018. The impact of the legalisation of abortion on birth outcomes in Uruguay. Health Economics, 27: 1103–1119. DOI: 10.1002/hec.3659.
- Bell SO, Stuart EA, Gemmill A 2023. Texas’ 2021 Ban on Abortion in Early Pregnancy and Changes in Live Births. Journal of the American Medical Association, Volume 330, Number 3: 281.
- Blangiardo GC 2024. La crisi della natalità, le “mamme di mai” e lo spirito originario della 194. Il Foglio, 20 maggio.
- Colombo B.1977. La diffusione degli aborti illegali in Italia. Milano, Vita e Pensiero.
- Giubilini a., Minerva F. 2013. After-birth abortion: why should the baby live? Journal of Medical Ethics, 39: 261–263. doi:10.1136/medethics-2011-100411
- Levine PB Staiger D. 2004. Abortion policy and fertility outcomes: the eastern European experience. Journal of Law and Economics, vol. XLVII: 223-243.
- OPA – Osservatorio Permanente sull’Aborto. 2024. Tra clandestinità e indifferenza. Terzo rapporto sui costi dell’aborto indotto e i suoi effetti sulla salute delle donne. In corso di stampa.


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