La maternità : Una vita nel grembo
Marisa Orecchia – Presidente del Comitato Verità e Vita
Torino 12 ottobre 2024
La finalità di questa relazione che dà inizio al convegno sulla tutela sociale della maternità è di ricentrare la maternità in quello che è sempre stato l’ambito naturale: il grembo materno.
Assistiamo oggi alla recisione intenzionale della relazione primordiale madre- figlio attraverso pratiche quali la fecondazione artificiale e l’utero in affitto o maternità surrogata che snaturano un rapporto antropologico che nasce con l’uomo, con l’umanità e che riguarda tutti noi perché rimanda alla categoria di figlio. Tutti noi siamo figli, non tutti siamo madri, padri, fratelli, ma siamo figli.
Queste pratiche – fivet e utero in affitto con relativa compravendita di bambini – sono rese possibili dalla disponibilità di quello che viene definito prodotto del concepimento. Sono rese possibili dalla non rilevanza antropologica, sociale, etica che ha assunto ormai l’aborto nella nostra società, nella nostra mentalità . Sono rese possibili dalla banalità dell’aborto L’aborto è la madre di ogni possibile manipolazione sul cucciolo dell’uomo. La disponibilità sull’embrione, la libertà di disporre della sua vita, che già oggi viene sancita non solo da leggi ordinarie ma anche da alcune carte costituzionali, quale diritto inalienabile, rende l’embrione assolutamente irrilevante, lo reifica e lo rende preda dell’abortività più banale.
Oggi qui ci soffermiamo, ci interroghiamo sulla vita nel grembo: che cosa c’è nel grembo di una donna incinta, o meglio chi c’è? Corriamo il rischio della banalità e rispondiamo: un figlio, nel grembo di una donna incinta c’è un figlio.
Ci soffermeremo brevemente sulle due posizioni che oggi, più che mai, si fronteggiano nella lotta titanica di quella che Giovanni Paolo II ha definito cultura della morte contro la vita dell’uomo, soprattutto nella fase iniziale, combattuta con dovizia di mezzi ad ogni livello.
La prima posizione, quella favorevole all’aborto, è quella della libertà di scelta in tema di maternità e di aborto, la seconda posizione, quella del sì alla vita e vedremo quale considerazione hanno per la vita nel grembo.
Ecco alcuni assunti di questo prima posizione
Dentro il corpo della donna ci sarebbe un grumo di cellule
Incredibile, ma vero, c’è ancora chi dice che il feto è un “grumo di cellule”, affermazione che ha attraversato tutta la battaglia per arrivare alla legalizzazione dell’aborto e che ancora oggi, quando scienza e tecnologia ci mettono davanti agli occhi in modo assolutamente indubitabile incontrovertibile l’umanità dell’embrione dal primo istante del concepimento, viene usata per sostenere la libertà di aborto. Nell’utero ci sarebbe un grumo di cellule, un indistinto e non precisato tessuto fetale. Incredibile ma è così: molti sono fermi a questa affermazione.
A seguire altre posizioni, che possono presentarsi come più convincenti. Riconoscono che nel corpo della madre c’è un individuo della specie umana, un bambino, ma legittimano l’aborto per aiutare e sostenere la donna che si trova in difficoltà per una gravidanza non voluta . E’ la posizione espressa da molti medici e la troviamo recentemente nel comunicato stampa del presidente della Federazione degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri contro le parole che il papa ha pronunciato a condanna dell’aborto volontario durante la sua visita in Belgio all’università di Lovanio in cui ha definito l’aborto un omicidio e il medico un sicario. Scrive il Presidente della Federazione dottor Filippo Anelli «I medici sono sempre vicini alle persone che soffrono, che hanno bisogno del loro aiuto. Nel caso specifico, svolgono questo delicato compito rendendo possibile l’applicazione di una Legge dello Stato, la 194/78. Una legge che prevede il rispetto della salute e della dignità della donna e della libertà sia della donna che del medico». E con questo comunicato i medici difendono la dignità della donna e la sua libertà in tema di aborto, sancita da una legge dello Stato.
Ricordiamo la posizione del professor Giorgio Pardi. Ginecologo alla Mangiagalli, che, assieme al suo maestro Giovanbattista Candiani, fu il primo a eseguire un aborto legale in Italia con l’introduzione della legge 194 : “ L’aborto è sì un omicidio ma fatto per legittima difesa della donna.” (dal sito della rivista Tempi, Samuele Boffi 5/10/2006). Il Prof. Pardi dimenticava però che di legittima difesa si può parlare quando qualcuno aggredisce, vuole far del male, mentre l’embrione è assolutamente innocente e non il bieco aggressore dal quale difendersi. L’aborto quindi per aiutare la donna.
Altra posizione:L’embrione nel corpo della donna è un clandestino a bordo
E’ questo il titolo di un libretto di Dacia Maraini, dove l’embrione viene paragonato al clandestino a bordo. Il clandestino è colui che non deve stare nel posto che occupa abusivamente e che spesso, se scoperto, veniva buttato a mare perché limitava possibilità di sopravvivenza dell’equipaggio, consumando cibo e acqua che in navigazione sono contingentati.
“Si può considerare l’aborto come una conquista fine a se stessa, come la bandiera di una tanto vagheggiata autonomia femminile? – si chiede la Maraini – e la risposta è : l’aborto è una tragedia ma, la donna deve poter esercitare la libertà di scelta. L’aborto è un esercizio di autodeterminazione, di libera scelta e diventa la bandiera del femminismo.
Il figlio diventa così l’aggressore contro cui è legittima la difesa, diventa il clandestino a bordo che si può buttare a mare. Perde lo statuto ontologico di figlio per acquisire la categoria sociologica di aggressore, di clandestino. La parola figlio è cancellata, tutt’al più, se proprio si deve, è un prodotto del concepimento.
Ma siccome il figlio c’è – ogni donna lo sa bene, non c’è femminismo che tenga, per compiere l’operazione di annullare il figlio si arriva a dire che, prima che nel grembo, il figlio deve essere generato nella testa, pensato e generato nel cuore, voluto, amato. Se il figlio non è voluto, non sarà amato ed è meglio per lui l’aborto Nel suo best interest. E’ questo un assunto devastante, purtroppo recepito da molti, anche da quanti si dicono pro life, ma falso. Non c’è nulla che contraddica maggiormente tutta la storia delle donne, la memoria storica delle donne, la maggioranza delle quali per intere generazioni, dalla notte dei tempi hanno accettato maternità anche quando hanno vissuto contrarietà, dispiacere, rabbia, dolore, preoccupazione nello scoprirsi in attesa di un figlio. Non voluto, appunto. Ma accettato. Intere generazioni di donne hanno portato il peso di una gravidanza sentendola, soprattutto all’inizio, troppo gravosa per sè e per la propria vita. Poi, a nascita avvenuta, scoprivano che il figlio meno voluto, meno atteso, l’ultimo magari di una lunga serie, finiva con l’essere il più amato, il più coccolato, quello che destava la tenerezza di tutta la famiglia. Il beniamino.
Ogni volta che nel CAV (Centro di Aiuto alla Vita) abbiamo aiutato una donna, inizialmente intenzionata ad abortire, ad accogliere il suo bambino, non l’abbiamo mai vista tornare a recriminare per essere stata persuasa ad accoglierlo. Se tornava al CAV era per ringraziare di aver ricevuto aiuto per accogliere il suo bambino.
E adesso qualche considerazione sulla posizione del sì alla vita , dell’accoglienza e guardiamo al feto, al rapporto che ha con il grembo della sua mamma, con gli occhi di coloro che sanno che la vita va accolta sempre Soffermiamoci su quello che è definito “ scambio sensoriale ed affettivo madre-feto” e sto citando da un prezioso libretto intitolato “L’alba dell’io” scritto da Carlo Bellieni neonatologo al Policlinico Universitario di Siena, noto per le sue ricerche nel campo della sensorialità fetale. Bellieni scrive parole bellissime sulla realtà che è il corpo del figlio dentro il grembo. Realtà che deve essere guardata con lo sguardo dello stupore, una parola che oggi ha perso significato ma che è necessario riscoprire. L’etica dello stupore non ha regole se non la certezza che la realtà è una cosa che vale la pena. Stupore con cui viene guardata questa simbiosi che è il corpo della madre con quello del figlio
Scrive Bellieni: “L’ambiente intrauterino non è certo un ambiente inerte. L’utero è un piccolo mondo, ma che fa parte di un mondo più grande. E’ un contenitore che appartiene ad una madre, la quale a sua volta appartiene ad un ambito più grande, la famiglia, la società. Dunque l’utero non serve ad isolare ma a proteggere, l’utero è un filtro per i normali stimoli della vita: diminuisce l’intensità di alcuni ( luce, rumori ambientali etc.) e ne privilegia altri ( battito del cuore della sua mamma e borborigmi intestinali materni, odore e sapore del liquido amniotico, stimoli vestibolari dovuti all’attività materna, sensazioni tattili da contatto con le pareti uterine etc).”
Dentro l’utero il feto inizia a riconoscere la voce della mamma che per trasmissione trans ossea gli arriva ad un’intensità molto superiore rispetto a quella di un’altra persona che parli a poca distanza dal ventre della mamma. Ma non basta, inizia in utero a distinguere dall’intonazione della voce se la madre è agitata, stanca, eccitata o depressa.
Lo sanno bene i mercanti di bambini, quelli che li producono e vendono con la pratica dell’utero in affitto, i quali, fanno firmare alle donne che si offrono per questa pratica dei contratti in cui ingiungono alle donne di non cantare, di non accarezzarsi la pancia, di evitare tassativamente quei gesti e quei comportamenti che finirebbero per saldare ulteriormente il feto alla donna che lo porta. Quei comportamenti che favoriscono il fenomeno dell’imprinting, quell’attaccamento affettivo madre/figlio che si pensava iniziasse alla nascita, mentre oggi sappiamo che inizia in utero.
Ma – scrive Bellieni riportando numerosi studi sulla vita intrauterina del feto- “ Abbiamo capito che quello che caratterizza l’uomo, sin dalla fase fetale è il desiderio. Desiderio di una compagnia umana, desiderio di incontrare un tu. Neanche il bambino nel grembo della mamma, l’uomo nella fase iniziale della sua vita sfugge a questa realtà che lo caratterizza veramente come uomo: l’uomo è relazione.” Questa affermazione ci porta a una profonda considerazione: se è vero infatti che siamo stati creati a immagine e somiglianza di un Dio che è trinitario, Comunione di amore, Relazione, deve essere vero che la nostra realizzazione passa attraverso la relazione. Con Dio, innanzi tutto, poi con l’altro che ci sta accanto, con l’amore della nostra vita con lo sposo nella coppia, con gli amici, con i genitori, con i figli. La relazione è quella che ci realizza e in un certo senso ci identifica e questo voleva significare già la filosofia greca con Aristotele quando affermava che l’uomo è un animale sociale, fatto per relazionarsi.
Adesso sappiamo che la relazione madre/concepito inizia dallo zigote, che a sua volta viene dalla relazione d’amore spermatozoo/ovocita. E questa relazione madre/figlio concepito inizia subito a livello biochimico già nella tuba con uno splendido colloquio incrociato di cui sono state dette e scritte cose bellissime. Una relazione che consente al concepito di non essere rigettato dalla madre come corpo estraneo, ma di essere accettato, accolto.. L’assenza di tale relazione nelle pratiche di fecondazione in vitro, costa l’ecatombe di innumerevoli embrioni
Preziosi gli interventi del professor Pino Noia sul cross-talk, ossia il dialogo incrociato che si svolge tra la mamma e il figlio già nei primi otto giorni di vita del concepito, quelli che precedono l’impianto dell’embrione, il quale, già in questa primissima fase, rivela «un protagonismo biologico incredibile», concordando di fatto con la madre – attraverso «un linguaggio di molecole», prodotte dallo stesso concepito – in quale parte del grembo materno deve andare a situarsi. In teoria il concepito, avendo un patrimonio genetico per il 50% diverso da quello della madre, “per una legge biologica” dovrebbe essere rigettato: ma ciò non succede perché il grembo materno diviene teatro di “azioni di mascheramento delle caratteristiche paterne”, ossia è come se la madre “non volesse guardare quelle differenze e ci accoglie”.
Colui che viene accolto, a sua volta, ricambia. Si tratta del fenomeno, scoperto e studiato tra gli altri da Diana Bianchi, ricercatrice dell’Università di Boston del microchimerismo fetale, ossia lo scambio di cellule tra figlio e madre. In questo scambio, che supera la barriera della placenta, passano le cellule staminali del figlio, capaci di attivarsi in caso di malattia della madre e di aiutarne la guarigione. Cellule immature che restano nell’organismo della donna per decenni, sempre pronte a curarla: trasformandosi in cellule epatiche se devono curare il fegato, in cellule miocardiche se c’è un infarto etc. Una gravidanza dura per sempre anche se si è conclusa con un aborto perchè ogni donna che ha avuto una gravidanza porta con sè questo ricordo per il resto della vita». Il souvenir è un corredo di cellule «tuttofare» che il feto le ha regalato fin dai primi mesi della gestazione, uno strumento unico di rigenerazione, tanto che per un donna avere una gravidanza significa rinascere insieme al proprio bambino».La realtà supera l’immaginazione: è’ come un dialogo di amore tra il bambino e la mamma.
Ma possiamo anche andare oltre nella considerazione:
Il DNA del feto, nuovo individuo, è per il 50% uguale a quello della mamma per il 50% uguale a quello del padre. Questo significa che nel corpo di una donna che ha concepito un figlio rimangono cellule staminali che rimandano al figlio, ma anche al padre, all’uomo con cui la donna ha concepito. Possiamo dire che si forma nel corpo della donna, attraverso il figlio il segno di quell’unità dei due, quell’unità fisica dei due che è nella mente del Creatore da sempre: una caro, una sola carne, il grembo della madre realizza questo progetto, racchiude in sé, come uno scrigno, il segno di questa realtà.
E adesso l’ultima riflessione
Incontriamo grembi di donne, all’inizio della via della Salvezza. La via della Salvezza comincia dal grembo di una donna , a cominciare da quello di Sara, moglie di Abramo, (e cito da “ Grembi che danzano” di Suor Maria Anastasia di Gerusalemme) “Vecchia, dice di sé Sara. – ma c’è forse qualcosa di impossibile a Dio? Per due volte, a Mamre nel giro di pochi versetti, tuona la promessa di Dio su di lei, Sara avrà un figlio, nasce così a Mamre una danza, un lieto riso, la donna anziana si fa giovinetta, la sterile diventa ancora capace di partorire e dare il via alla storia della salvezza, generando nel suo grembo il capostipite di un popolo più numerose della sabbia del mare, delle stelle del cielo”
E poi, all’inizio della Redenzione altri grembi di donne, altre maternità sono protagoniste del grande Mistero. Maria, Elisabetta, grembi di donne che sono il santuario della vita
Sempre suor Maria Anastasia di Gerusalemme, a proposito dell’incontro tra le due madri, Maria ed Elisabetta , “ un avvicinarsi di grembi, di vite, di respiri che diventa benedizione, A guardar bene, il primo contatto tra queste due donne avviene a livello di grembo, avviene proprio lì in quei loro spazi segreti, intimi vitali, che custodiscono il tesoro più prezioso che è stato loro dato, il figlio” . “E Giovanni danza nel corpo di Elisabetta perché il corpo di Elisabetta è inondato dallo Spirito santo. E lo Spirito Santo, come un direttore d’orchestra dirige i movimenti, le esultanze, i sussulti, le danza dei grembi” . E’ sempre suor Maria Anastasia di Gerusalemme
E Poi Maria
Quante infinite modalità avrebbe potuto immaginare l’amore di Dio, per la nostra redenzione!
Invece ha scelto la realtà di un Corpo dentro un grembo di madre, ha scelto l’Incarnazione, ha scelto di abitare per nove mesi il grembo di una donna, di essere, come ciascuno di noi, zigote, morula, blastocisti, embrione, feto. Come l’ultimo degli uomini. La Redenzione arriva attraverso una maternità
Per entrare nella storia dell’uomo, per dare l’avvio all’opera di restaurazione dell’umanità, ferita dalla colpa di Adamo, Dio sceglie il corpo di una donna, Dio si china sulla femminilità di una donna, fino al punto di aspettare la maturazione di un ovocita, di quell’ovocita che, nel grembo purissimo di Maria, sfiorato dal dito di Dio, digitus paternae dexterae, all’irrompere dello Spirito Santo, al sì della Vergine, darà l’avvio all’Incarnazione, metterà in moto la storia della nostra salvezza.
A ragione può ben scrivere Dante
“Nel ventre tuo si raccese l’Amore,
per lo cui caldo nell’eterna pace
così è germinato questo fiore”. (XXXIII Paradiso)


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